Uno due tre quattro cinque...
(Egon Schiele)
Ho questo amico, si chiama Max. Lo conosco da trent'anni. Alle elementari i maschi mi tiravano i capelli, e Max era sempre triste. Con lui ho diviso il banco.
L'unico che non mi tirava i capelli. Taciturno, riservato e perennemente pallido, con gli occhi pesti per il poco sonno. Ci volevamo bene, in un certo qual modo, anche se non venne mai a fare i compiti da me, o viceversa. Non gli era permesso uscire dopo scuola.
Improvvisamente un giorno scomparve, trasferito in un altro quartiere.
Quando iniziai a frequentare il liceo, Max rispuntò fuori. Era cresciuto alto, ma era sempre pallido e con gli occhi sempre più pesti. E da quel giorno rientrò nella mia vita.
Era cambiato. Da timido era diventato chiassoso, alzava sempre la voce e rideva forte. Ma - al minimo accenno di fastidio da parte di un presente - diventava improvvisamente cupo e taciturno. E cominciava a contare i suoi passi.
Uno due tre quattro cinque... girava in tondo e contava. Una mania, un tic, al quale nessuno fece caso.
Con il tempo Max diventava sempre più eccitabile. Le cose peggiorarono, tanto che poi nessuno volle avere a che fare con lui. Io intanto scoprii che suo padre era un violento, che lo pestava a cinghiate, e mentre lo batteva contava i colpi,
uno due tre quattro cinque... Max stava male, ma lo evitarono tutti, e con il tempo lo evitai anch'io, impotente e spaventata. E quindi lo persi di vista, una volta ancora.
Qualche anno dopo ero nel mio negozio di dischi, ed un giorno eccolo qua,
Max, che varca la soglia come un santone, contando i suoi passi, uno due tre quattro cinque... Era vestito d'arancione e mi disse che aveva frequentato la piccola comunità locale di Hare Krishna. Max abitava ancora da suo padre, e tuttora prendeva delle cinghiate. Spesso il pomeriggio veniva in negozio a trovarmi, si sedeva al bancone ed ascoltava con le cuffie musica new age, per ore ed ore. Mi faceva compagnia ed io facevo compagnia a lui, come quando percorrevamo assieme il tratto di strada per andare a scuola, poche parole ma vicini come fratelli che non hanno niente da dirsi perché non ce n'è bisogno. Un mattino mi fece vedere un sacchetto, dentro c'era una polverina grigia. "
Cenere di Sai Baba", mi disse, "
materializzata solo per me"... Quella maledetta cenere, probabilmente pescata dentro un camino, gli procurò qualche guaio con la polizia con il risultato di finire un paio di volte in centrale, finché non si appurò che quella era effettivamente cenere. In seguito scattava la reazione del padre... giù botte. Fu in quel periodo che Max cominciò a ad avere manie di persecuzione, vedeva agenti dappertutto, aveva il terrore di andare in prigione, di essere processato. Nonostante ciò, Max non si è mai staccato dal suo sacchetto di cenere, che per miracolo dopo le perquisizioni si rimaterializzava nelle sue tasche. "
Il miracolo di Sai Baba", mi diceva.
Un giorno, in negozio, nello stereo gli misi le
Quattro Stagioni di Vivaldi, non ricordo più con quale orchestra. Da quel momento volle ascoltare esclusivamente quel cd, ed infine glielo regalai con un lettore portatile. Fu in quel momento che accadde l'irreparabile: il padre morì per un infarto e Max rimase solo al mondo. Divenne, dunque, un cosidetto "caso sociale". Controllato da un tutore d'ufficio, è da allora che fa avanti e indietro dal nosocomio, imbottito di sedativi, imbolsito dalle flebo, completamente sperduto nell'inferno della sua mente. Sono dieci anni, ormai.
Max lo vedo ancora in giro, che cammina schizzato, come se fosse in ritardo per chissà quale appuntamento. Cammina e conta i suoi passi a voce alta.
Uno due tre quattro cinque... centuno, centodue, centotré... Se per caso un tragitto abituale si rivela più corto perché il suo passo è lungo, lo ripercorre finché i conti non tornano. Con una mano si stringe la sciarpa arancione che ha al collo e con l'altra in tasca il sacchettino di cuoio con la cenere. Ha sempre le cuffie del suo portatile piazzate sulle orecchie.
L'altro ieri l'ho incontrato. Quando mi vede si ferma, lo fa sempre. E mi ha detto: "
Gabi, mi dai un paio di franchetti?" e allora gli ho dato qualche franco per comprarsi una bibita o un panino. Lui non ha detto nient'altro. Ha preso gli spiccioli, si è voltato e si è incamminato, via, spedito verso il suo appuntamento immaginario, contando a voce alta:
uno due tre quattro cinque... Poi si è fermato di botto:
"
Ehy, Gabi! Lo sai che sto ascoltando?". Incuriosita rispondo: "
No, dimmi, che cosa?". E lui con una luce gioiosa negli occhi e l'allegria nella voce: "
Vivaldi!" .
Max, Max... che splendido sorriso avevi in quel momento!