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27/02/2005

The Kills - No Wow (Domino)



Exile on main street

Cosa domandiamo ai nostri "musicanti" preferiti?
Che vivano più vorticosamente di noi, e che brucino le tappe, che si mettano a sperimentare quelle cose che noi neanche morti oseremmo pensare. Vogliamo che approfittino della minima occasione per raccontare immani panzane alla stampa. Vogliamo che si prendano a cartoni e coltellate nei backstages dei megafestival. Vogliamo che s'ingozzino di birra ma che restino con il loro six pack bello tornito. Vogliamo storie di fughe, inseguimenti e fantomatiche cliniche in Tailandia. Vogliamo donne aggressive che vomitino lo champagne sulle minigonne fosforescenti, e di queste sopportiamo addirittura le loro mancanze artistiche, a patto che prima o poi crepino d'overdose nel bel mezzo di un'orgia. Oh, sì! Tutto questo è molto rock'n'roll.
E dai The Kills che cos'è che vogliamo? Che Vv sul palco dimeni i fianchi sbattacchiando un fallo di gomma come la sua illustre collega? E che Hotel si trascini tra i cavi come un animale tarantolato con la bava alla bocca? È davvero questo che gli chiediamo?

Michigan. Una casetta in zona campagna. Poco traffico fuori, inesistente il rumore tracimante della città. Aria fresca, campi di grano. La strada principale è l'unica possibile, il resto sono solo sentieri. Qui due persone, due "musicanti", stanno nella casetta al bordo della l'unica via, in esilio, fregandosene di tutte le aspettative di chi sta fuori. Nessun intruso, loro soli, loro due.
Lei cappelli stopposi e calze allentate sulle caviglie, lui barba lunga e due occhiaie da canguro. Due che parlano e parlano ancora, litigano e litigano, urlano e sbraitano. Porte sbattute. Passione. E poi l'amore, la pace, una bella scopata tenera tenera, poi subito al lavoro. Due meningi che si scontrano, formandone un'unica, che non ammette estranei. Una passeggiata all'aria, ossigeno, ed improvvise, folgoranti idee. Di corsa a casa, e note, parole, musica, chitarre, e poi ancora l'amore, e poi di nuovo discussioni per un giro di chitarra, a lui la barba cresce a vista d'occhio, a lei sono venuti gli occhi cisposi. Tante sigarette, centinaia, mozziconi per terra. Ricordarsi alle quattro del mattino che non si è mangiato niente per tutto il giorno. E giù ad ingozzarsi di pane e burro alle arachidi. E poi l'amore, nonostante le briciole. E il telefono che squilla e nessuno risponde, e la bottiglia del latte che al mattino tintinna con le altre dimenticate fuori dalla porta. E musica, chitarre, canzoni. Stremati sul divano, intrecciati con le gambe a guardare un film di Lynch. Alito pesante, lingua impastata, e qualche bottiglia di liquore vuota che rotola sul pavimento, tra fogli pieni d'appunti e i gomitoli di polvere. È giorno? È notte? Sentirsi tutt'uno, e fanculo tutti gli altri, là fuori. Al diavolo quelli che ci immaginano come voglion loro. E che nessuno s'impicci. Che cazzo vogliono da noi? Io ho te, tu hai me. Non abbiamo bisogno di nessuno, noi.

Pochi mezzi, chitarre sature, un sogno in comune: il moog. Non possiamo prendere un moog, honey. Allora straziamo le chitarre, facciamogli venire il tetano. E l'elettronica... tu sei quella blues, ma io sono quello inglese, sporco e radicale. Voci acide, rancorose, i cuori messi a nudo, occhi negli occhi. Azione diretta senza alcuna mediazione. Vivere la musica, azzannarla, e soffrire come un gatto che si morde la coda. Un percorso oltre, introverso, istintivo, claustrofobico, misantropo.
No Wow, nessuna maraviglia. È tutto qua, nudo e crudo.

Sentirsi come marziani, come due profughi, due emarginati, mentre infine si cammina per Londra, con in tasca le registrazioni. La metropolitana che ti frastuona, gente frenetica che ti urta, che ti passa accanto con il suo metifico odore di morti che camminano. People are strange, when you're a stranger. Luci che aggrediscono le pupille, e il clangore, e il diaframma sopra lo stomaco che batte impazzito.
Fra poco tutto questo sarà nelle mani degli altri, di predatori che ci metteranno su le loro unghie ingorde.
Uno sguardo d'intesa, unico e selvaggio.
Che facciamo ora? Scappiamo?
postato da: chickasaw alle ore 10:35 | link | commenti (6)
categorie: musica
26/02/2005

Special Kult - Agli inizi degli anni Ottanta

Momento magico quello agli inizi degli anni '80! Oltre a Sandinista dei Clash (a cui dedicherò, prima o poi, una recensione), ed oltre a molti altri, questi sono i dischi che a quei tempi influenzarono i miei gusti e quelli una buona fetta di pubblico.



Bauhaus - In The Flat Field (Beggars Banquet 1982)
C’è un brano che ha segnato la nascita del movimento dark: l’epica, travolgente canzone Bela Lugosi’s Dead, interpretata con un pathos insuperabile da Peter Murphy, sublime cantante della band forse la più convincente del fenomeno goth dell’inizio anni ’80, i Bauhaus di Northampton. Il brano dedicato al più famoso vampiro del cinema, Bela Lugosi, esce come singolo nel 1979 e sarà riproposto nel 1982 all’uscita del primo album della band inglese, In The Flat Field. Un disco grezzo, spigoloso ma folgorante ed indimenticabile.

Joy Division - Unknow Pleasures (Factory 1979)
Disco fondamentale nella storia della new-wave , il poetico e struggente Unknow Pleasures è il primo album dei Joy Division, l’altra band (con i Bauhaus) a posare la prima pietra del goth, questa volta con una virata più esistenzialista e surreale. Suicida a 23 anni, Ian Curtis, cantante e poeta dei Joy Division, è stato una meteora infuocata e fulminante ed ha lasciato un segno profondo grazie ad un pugno di brani cult indelebili dalla memoria della storia del rock. Atmosfere cupe, ritmi incalzanti, tastiere elettriche, ecco le trame di Unknow Pleasures, pietra preziosa ma grezza che rispecchia con fedeltà l’inquietudine e la disillusione di una generazione costretta a vivere in città claustrofobiche ed ostili. La morte di Curtis (luglio 1980), coincide con l’uscita di Closer, il secondo ed ultimo leggendario album della band. I restanti membri del gruppo continuarono con profitto la loro carriera riciclandosi con il nome New Order ... ma questa è un’altra storia.

Killing Joke - Killing Joke (EG 1980)
Gruppo chiave durante gli anni ottanta, i Killing Joke furono degli sperimentatori che hanno anticipato i tempi a molti generi musicali ora in voga. Attitudine punk, sperimentalismo, suoni dub e noise, atmosfere dark, ritmo proto-techno, impatto metal e accenti pop ... è stata una band fuori dai giochi commerciali, ma indiscutibilmente influente per tanti gruppi inglesi del periodo. Il loro primo album omonimo del 1980, fu l’anticipatore del filone industrial e ne tracciò le prime coordinate tra metal e angst-rock, percorse con fervore punk dal teatrale e carismatico front-man Jaz Coleman.

Wire - 154 (Harvest/EMI 1979)
I Wire sono stati la band più avangarde della new-wave inglese degli anni ’80. Con 154 concepirono un incredibile connubio tra minimalismo indus , new wave elettronica e psicadelia rock: musica solenne ed estatica, oppure nervosa, eterea, fisica, inquietante, dolcissima. I Wire, cioè Colin Newman e Bruce Gilbert erano tra gli artefici di una furiosa creatività dalla progressione inarrestabile. Musica imprevedibile, sempre e comunque indimenticabile: in tre anni pubblicarono tre dischi, o meglio tre capolavori - citiamo anche Pink Flag del 1977 e Chairs Missing del 1978. Dopo 154, i Wire si fermarono per un lunghissimo periodo, ma con questo disco proiettarono ugualmente la loro influenza su gran parte della new-wave degli anni ’80.

Birthday Party - Junkyard (4 AD, 1982)
Maestri d’espressività corrotta e visionaria, gli australiani Birthday Party erano abili nell’amalgamare rock’n’roll graffiante, avanguardia scomposta, funk corrotto e blues sacrilego in un sound teso e selvaggio, l’ideale apprendistato di un Nick Cave alle prime (affilate) armi. Junkyard fotografò la band nel momento del suo culmine artistico, e fu anche la testimonianza della nascita del genio di Re Inkiostro, interprete e animale da palco destinato ad incidere profondamente sulla musica dei decenni a venire.



postato da: chickasaw alle ore 11:43 | link | commenti (18)
categorie: musica, kult

Ristampe/Riedizioni



> Johnny Colon - Boogaloo Bluesman (Vampisoul)
Importante ristampa per l'etichetta Vampisoul, questo dischetto è la summa di quel genio di Johnny Colon, trombonista, chitarrista, bassista degli anni Sessanta, adorato soprattutto dalla comunità latina. Scarno, minimalista, ultra cool.

> The Primitives - Thru' the flower: The Anthology (Castle/Sanctuary)
1988, il noisy-pop, ovvero il tentativo di fondere i Jesus Mary Chain con i Blondie. Coetanei dei Transvision Vamp. Sicuramente uno dei filoni "underground" a cui attingeranno le future band emergenti. Noi intanto ne studiamo la storia.

> Iggy And The Stooges - Metallic KO (Skydog)
L'ultimo concerto di Iggy con gli Stooges, 1974. Versione in doppio Cd con un altro live del 1973. Rimasterizzato, ma come se non lo fosse. Album storico, che riporta quel momento unico (e tanto rock'n'roll) mentre la band eseguiva Louie Louie: il sibilo di alcuni proiettili e l'urlo del pubblico che sale sul palco per aggredire i musicisti. Ovvero il canto del cigno.

postato da: chickasaw alle ore 11:14 | link | commenti (1)
categorie: musica, kult
20/02/2005

Trevor Dunn’s Trio Convulsant - Sister phantom owl fish (Ipecac)



Collaboratore regolare di quel geniaccio di Mike Patton, il bassista Trevor Dunn ha pubblicato a fine 2004 per la Ipecac un album che accontenterà i fan della musica improvvisata, soprattutto di quella che sa evolversi oltre agli schemi “canonici” del jazz.
I più ricorderanno Dunn per suoi i fuorvianti collage jazz rock nei Mr. Jungle e per la sua militanza negli imprevedibili Fantômas. Ma Dunn è soprattutto un creativo che nel suo curriculum annovera diverse ispirazioni: da Ahmad Jamal a Duke Ellinghton, dalla wave degli ’80, all’indus dei Trobbing Gristle e Swans, fino alle sonorità sabs-stoner dei Melvins. Ha inoltre collaborato con il Rova Saxophone Quartet e con gli Electric Masada di John Zorn.
Influenze e collaborazioni queste che l’iperbolico Dunn, al basso e alla composizione, con Mary Halvorson alla chitarra e Ches Smith (dei Theory Of Ruin) alla batteria, ovvero il Trio Convulsant, si sono tradotte in un diretto fuck! stravolgendo così la monocultura musicale e classica dell’avanguardia rock: qui non è raro sorprendersi per gli assalti che tutt'ad un tratto irrompono in mezzo ad una dolce melodia jazz o tra le note cristalline di un arpa classica. L'effetto nell'insieme è assai straniante e sbieco, ma non per questo non ricco di fascino ed inventiva. Il punto di partenza è il jazz nelle sue varie declinazioni, il punto d'arrivo... qualcosa dai contorni confusi, ma che di sicuro, in una prossima occasione, saprà delinearsi con più decisione.

Non un album necessariamente fondamentale, forse un po' colmo d'intenzioni non sempre risolte in idee solide, ma interessante e ricercato, quanto lo è la sorprendente Mary Halvorson(vd. foto), una chitarrista jazz già impegnata in passato con Anthony Braxton. Un nome, questo, da tenere d'occhio.
(2.5/5)
postato da: chickasaw alle ore 11:02 | link | commenti (5)
categorie: musica