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30/11/2004

Pink Floyd - The Wall :: 25 anni



Quando un disco ti cambia la vita

Oggi è il venticinquesimo anniversario della pubblicazione di The Wall dei Pink Floyd. Un album epocale che molti ricordano come uno scossone nella musica rock, ma anche come un terremoto che mise in questione, soprattutto in Inghilterra, i conflitti generazionali dell'epoca. Roger Waters impresse in questo lavoro tutte le sue frustazioni giovanili, risvegliando in tantissime persone dei brutti ricordi, e simboleggiando nel "muro" tutti i muri del mondo, da quello di Berlino a quelli della solitudine e del dolore. Un album che ha posto l'accento sul severo ed autoritario sistema scolastico inglese, scardinando certe metodologie educative piuttosto autoritarie, che ha demistificato la 'madre oppressiva' (un dito nella piaga di un paese che aveva appena eletto la severa Thatcher come primo ministro), e che infine ha aperto dei varchi nella coscienza politica di molti giovani (We don’t need no education, we don’t need no thought control, no dark sarcasm in the classroom...)

E' un'album a cui sono molto legata per questioni familiari. Quando uscì, mio padre, già appassionato di musica rock, con particolare passione per i Pink Floyd e i Genesis, ne fu conquistato, anzi, irrimediabilmente ossessionato. The Wall suggellò una sua improvvisa midlife crisis.
Ho questo ricordo vivo, di lui che ascoltava questo disco ovunque, a casa, in auto, durante il suo lavoro di chimico. Nel corso dell'anno e mezzo che seguì l'uscita di questo album, successe di tutto: morì mio nonno, mio padre ereditò un'ingente fortuna, mollò il lavoro e s'inventò fotografo, sperperò tutto in auto costose e donnine, ed infine si separò da mia madre. Uno scossone, dicevo.

Sì, era un'ossessione, perché Roger Waters e mio padre avevano molte cose in comune. Entrambi sono cresciuti in Inghilterra (mio padre è nato a Londra nel '35 ed ha vissuto in Inghilterra fino ai 22 anni). Entrambi hanno avuto un genitore assente e da essi sempre rimpianto (mio nonno era sempre via, dapprima per la guerra, poi per lavoro), entrambi hanno avuto una madre autoritaria ed opprimente, entrambi sono stati educati - tra stafilettate sulle dita in ambienti promiscui - nelle scuole inglesi, ed entrambi hanno sofferto della cupezza tipicamente britannica.
Però, differentemente da Waters, mio padre, dopo gli studi in Inghilterra, venne in Svizzera e fu omologato tra i binari dettati da mio nonno: ditta=moglie=figli.
E così fu, finché non uscì questo disco. Roger Waters e gli altri, tra testi e musica, parlarono dritto al cuore del mio vecchio, e tutto cambiò: egli si riappropriò di un'adolescenza mai vissuta, e così si ribellò al passato, moglie e figlie comprese, chiudendosi la porta alle spalle.
Quando si parla di dischi che hanno provocato un mutamento nella vita, penso sempre a questo. The Wall è stata la colonna sonora della svolta più importante dell'esistenza di mio padre, e di conseguenza fu una svolta anche per me, avevo 17 anni quando se ne andò.

E' sera, in questo momento sto ascoltando questo disco. A prescindere da tutto, è un lavoro stupendo, eccezionale, intenso. Credo proprio che ora mi farò un bel whisky ambrato, e che brinderò al mio vecchio, un uomo che non vedo più da quasi venticinque anni. Salute!
postato da: chickasaw alle ore 21:31 | link | commenti (12)
categorie: musica, kult
27/11/2004

Comets On Fire - Blue Cathedral (Sub Pop)



E' incredibile quanto siano ancora 'vergini' le mie orecchie, nonostante venticinque anni d'ascolti. Ed è incredibile quanto una band mai sentita nominare, come i Comets On Fire di San Francisco, sia capace di fargli fare le capriole, alle mie orecchie, nonostante mi spiattelli musica già sentita, già masticata.
Comets On Fire, cinque giovani virgulti di Santa Cruz, California, la capitale per antonomasia del movimento hippy americano. Una sorpresa, una bella sorpresa, senza dubbio. Comete in fiamme. Degli emeriti sconosciuti. Almeno fino ad ieri, quando, durante la notte insonne in compagnia di una luna crudele che occhieggiava tormentandomi, gli sconosciuti Comets On Fire con il loro terzo lavoro Blue Cathedral mi sono apparsi grandi, immensi, imprevedibili.

Allucinazioni e flashbacks. Tra fuoco e fiamme ieri notte i COF erano i Led Zep, erano i Pink Floyd, erano Sun Ra, erano i Grateful Dead, erano i Mothers Of Invention, erano gli MC5, erano i Blue Cheer, erano i Sam Gopal, erano l'acido, erano un megaraduno di bikers, erano un campo di fiori, erano un burrone affacciato sull'inferno. Erano caleidoscopici, estremi, mantrici, freaky, speedrock, psych, noise, jazz... Trip e delirio.

Le cuffie e via, un viaggio nel tempo, che parte accelerato, senza requie, corre e corre, s'arresta, e poi scatta di nuovo. Una corsa a perdifiato che si conclude con passo felato, in punta di piedi, sornione, sensuale, stonato. Un vortice che ti prende, ti stritola, ti centrifuga, ed infine ti sputa fuori con un sogghigno sgangherato.
Questo non è revival, altro che Strokes e compagnia bella. Questo è vero sangue e sudore e cervelli spappolati. Questo è prendere la lezione hard-rock dei padri e stuprarla. E tutto ciò è paradossalmente punk...

Fatevi catturare.

(ascolta Lets Take It All e The Way Down, due mp3 tratti dal primo album Comets On Fire- via Alternative Tentacles)
postato da: chickasaw alle ore 10:43 | link | commenti (5)
categorie: musica, mp3
22/11/2004

John Campbell - The Believer (Elektra)



"E quando sarà giunta l'ora della mia morte, deponetemi soltanto lungo la superstrada, perché il mio vecchio spirito malvagio possa prendere un pullman Greyhound, e andare via". (Robert Johnson)

Che cos'è quest'improvvisa voglia di blues? Sarà la stagione, la voglia di sentirsi "di fronte al fuoco", la voglia di ritmi rallentati, di provare emozioni buie per verificare se il cuore reagisce ancora.... ritrovarsi a tu per tu, nel nido, nel calore, con sé stessi, stretti stretti a sé stessi. E non c'è niente come il blues per guardarsi dentro.

Uno dei miei dischi blues prediletti è di un artista sconosciuto, John Campbell. Non ricordo più chi me lo fece scoprire, ma ricordo perfettamente che caldeggiai con fervore la sua presenza durante un rinomato festival di qua, nel 1993. Insistetti talmente tanto, che infine il promoter s'arrese, e fissò una data con Campbell, da inserire nel festival come headliner del venerdì sera.
Non vi dico la mia gioia. Non vedevo l'ora di conoscerlo, di sentire la sua musica dal vivo, di verificarne (aehm...) il torbido fascino mojo-voodoo. Tutto ciò per un disco, One Believer (1991), un album intenso e graffiante, che già fin dal primo ascolto feci mio. (Qui alcuni samples in Media player)
Personaggio affascinante, John Campbell, un uomo sempre on the road, con una voce potente, profonda e "dark" - come un Cohen del Delta - che racconta di strade deserte, di orizzonti mai raggiunti, di amori mai risolti, di gelosia e vendetta, di dannazione eterna. E con una chitarra slide rabbiosa, dolorosa, angolare, predatrice.
Un uomo della Luisiana e il suo fingerpicking, in tutta la sua crudezza: niente tecnicismi, nessuna pretesa intellettuale. Così, semplicemente, onestamente, sinceramente. John Campbell è la personificazione del diavolo in "Devil in my closet" che s'affaccia sull'inferno di “Couldn’t do Nothin' ", e che implode in una rabbia troppo a lungo trattenuta in "World of Trouble"... in questo disco Campbell spalanca la sua anima ed abbraccia i suoi demoni. Gli stessi demoni che popolavano le notti di Robert Johnson, e che t'aspettano al crossorad, quello definitivo...

Una settimana prima della sua esibizione al festival - il 13 giugno - questi demoni lo portarono via. Aveva 41 anni, interrotti da un infarto che lo stroncò fatalmente dopo un'estenuante tournée in Francia. Il cuore debole era conseguenza di un gravissimo incidente avvenuto in giovane età, durante una gara hot rod dove perse pure un occhio ed un polmone.
John Campbell era un uomo con la chitarra e sapeva che sarebbe morto giovane.
Ogni volta che ascolto One Believier ho il rimpianto di non aver conosciuto quest'artista: è come l'intensa nostalgia di un amore che non si è mai potuto consumare.
E' questo il blues?

When that angel of sorrow steps up to my bedside,
And pulls the ribbon of darkness slowly ‘cross my eyes,
Give me one last breath to tell my baby goodbye.

(Angel of sorrow)

(di Campbell da ascoltare assolutamente anche Howlin'Mercy - Elektra, 1993, il suo ultimo album, dedicato al grande Howlin'Wolf.)

postato da: chickasaw alle ore 21:36 | link | commenti (3)
categorie: musica, kult
20/11/2004

Mondo uomo


Basquiat

"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo."
(Quasimodo)

Talking Heads Psycho Killer
Fugazi Waiting Room
Need New Body Show me your heart
Liars You know I hate stupid phones
postato da: chickasaw alle ore 11:47 | link | commenti (3)
categorie: mp3