Recita la scheda della Gamma Pop
a proposito del nuovo disco di Giorgio Canali: “ Questo è "rossofuoco". Non è il secondo episodio della saga di Lazlotòz: quello se ne sta da qualche parte a martellare di testa le pareti imbottite della sua misteriosa residenza. Questo è "rossofuoco" e basta”.
Appunto, Rossofuoco e basta, e in definitiva è tutto ciò a cui bisogna pensare prima di mettersi all’ascolto di questo ottimo album di Canali, uno dei musicisti più innovativi degli ultimi vent’anni di musica italiana, già parte determinante dell’epopea CCCP/CSI/PGR.
Mi ha sempre affascinato questo artista. Stessa generazione della mia, viso scavato e rughe che raccontano molte storie, sguardo sagace. Non so perché, ma Canali, seppur personaggio defilato, in penombra, sfuggente, lo sento vicino alle mie storie, più di un Ferretti o di un Zamboni… con Canali andrei in trattoria, a parlare di musica e di letteratura, mentre gli altri due preferisco che non scendano dal palco, preferisco saperli lassù, irraggiungibili come semidei.
All’uscita di questo disco si son fatti gli inevitabili raffronti con le collaborazioni di Canali nei dischi altrui. Un passato che invece si dovrebbe assolutamente accantonare. Difatti Rossofuoco è un disco incazzato, dinamico e sferzante, pieno di pathos, colmo di genuino post-rock, ma scevro dai barocchismi intellettuali e le liturgie sacre proprie dei compari d’avventura sopraccitati. Un disco senza troppe pretese, organico, come una cena a base di risotto e salcicce, ma accompagnata da un raffinato vino francese. Farcito da feedback e distorsioni, obliqui ma non distorcenti, è un album chitarristico ma non pesante, “post” ma non “snob”, e soprattutto non “depresso”…
Registrato a Ferrara, nello studio NHQ di Canali, in compagnia di Manu Fusaroli e Gigi Battistini, è stato pensato, scritto e suonato con Rossofuoco, band che ormai è complice di Canali fin dai tempi del suo esordio solista, Che fine ha fatto Lazlotòz del 1999. Hanno partecipato pure gli amici di sempre Gianni Maroccolo, che suona il basso nel brano d'apertura Precipito, il Reverendo Sam, suonatore della farfisa in Rime Con Niente, e Marc Simon con le sue trombe in Guantanamo.
In una stagione scevra di grandi novità in ambito underground italiano, Rossofuoco s’inserisce tra le uscite migliori di quest’anno. Io lo ascolto come se fosse l’altra faccia, quella in penombra, la “dark side” della musica colta ed alternativa italiana… anche se, paradossalmente, mi sembra quella più luminosa.
One Dimensional Man - Take Me Away (Ghost Records)
Gli One Dimensional Man con il loro nuovo Take Me Away dimostrano, a chi li riteneva prevalentemente una live-band con i controfiocchi, che si può evolvere senza perdere in gusto ed attitudine. Uscito per la Ghost Records il nuovo album attesta che questa band è una delle migliori del panorama underground italiano, direi addirittura che è nata nel paese sbagliato e che davvero meriterebbe più visibilità oltre le frontiere ristrette del panorama nazionale.
Viscerali, intransigenti e claustrofobici, gli ODM hanno acquistato questa volta un’inaspettata vena melodica. Quasi quasi mi vien da dire che Maestro Frank Black c’abbia messo lo zampino.
Un album questo che poco perde, rispetto al passato, in abrasività ed impeto, ma il cui approccio è cambiato, divenendo più cerebrale che fisico. Il blues primigenio, di quello alterato e acido che costituiva il marchio di fabbrica della band, lo ritroviamo nella title track ed in Fool World, mentre il noise (altro segno di riconoscimento), è più seducente che sperimentale e scomodo, ed è solo accennato nella conclusiva Big Deal. Ma a rendere davvero interessante il disco è la fatale combinazione fra acredine e orecchiabilità immediata (Pixies docet, appunto), celebrate con maestria nelle coinvolgenti 3 Little Women e The 4th Floor.
Carlo Veneziano, nuovo chitarrista che sostituisce il dimissionario Giulio Favero (che però rimane presente al banco di regia), imprime alle canzoni un’eleganza deliziosamente vintage e raffinata, una marcia in più che ha rinnovato il sound graffiante di questa valente band.
Take Me Away è sanguigno ed irriverente, un disco dal respiro cosmopolita, una lezione sferzante di carattere ed attitudine a tutte quelle band che più che "esserci" ci "fanno", e che inseguono un revival garage-rock che già odora di rancido... e non parlo solo delle band pseudo-alternative italiane.
Questo nuovo sforzo degli ODM è il loro lavoro musicalmente più accessibile ma anche il più impegnato a livello di testi. Quaranta minuti di musica per il cervello, più che per le gambe. Play it loud!
Love is love è un album che mi rimasto attaccato al cuore fin dall’anno scorso. È da tanto che vorrei parlarne, ma non ho mai trovato il luogo adatto per farlo… Pochi conoscono i Lungfish, almeno alle mie latitudini. Sono una pugnace band di Baltimora, forse una delle più coerenti e preziose realtà della leggendaria scuderia di Washington D.C., la Dischord. Un gruppo che gira da tredici anni, sempre compatto e defilato nell’underground del post-emo, quello dei Fugazi e dei Pupils per internderci. I Lungfish non sono mai stati benedetti dal gran successo, ma la ristretta cerchia di estimatori gli è rimasta sempre vicino, rinnovando l’appuntamento ad ogni loro uscita discografica ed a ogni loro concerto sui palchi dei locali alternativi americani.
Personalmente dei Lungfish ho amato tre lavori: Talking Songs for Walking (del’91, bellissimo), Rainbows from Atoms (‘93) e Pass and Stow (‘94). Poi per anni non li ho più seguiti, e ne ho perso le tracce. E’ per caso che mi son ritrovata in mano questo Love is love, il loro decimo lavoro, l’ho ascoltato ed è stato un immediato e bruciante ritorno di fiamma.
Questo disco dall'innegabile e magnetica capacità d'attrazione, mi ha coinvolto oltremodo. Non so dire perché, forse di questo gruppo m’intriga la personalità stravagante ma discretissima, sussurrata, mai invadente. Mi fa credere in un America vera, intelligente, spirituale, sensibile, anche se un po’ pungente e sarcastica … E di questi tempi aver fede in un’America più umana non è poco.
La voce che dà enfasi alla poetica di questa band è del cantante e leader Daniel Higghs, un “orso” barbuto, tanto grosso quanto schivo e timido. Un omone che fa pure tenerezza, finché non lo senti cantare. Forse monocorde, ma intensa e carismatica, quasi ipnotica, la voce di Higgs si pone su brani enigmatici, pieni di rime ed allitterazioni, e costituisce il mezzo eccellente per la sua ricerca estetica/poetica/filosofica, supportata inoltre da una band fantastica - Asa Osborne alle chitarre, Sean Meadows al basso e Mitchell Feldstein alla batteria - una band coesa, disciplinata e severa con sé stessa, diretta in regia, in questo caso, da Don Zientara, il lungimirante guru dell’emo-core a stelle e strisce.
Se per delirio d’ipotesi vi capitasse d’aver tra le mani questo disco... chissà forse vi ricorderete di quest'appassionata recensione…
Quando organizzavo con il mio compagno i concerti presso il Centro Sociale Autogestito della zona di Lugano, l'intenzione era di proporre qualcosa di veramente particolare ed interessante. A causa di un budget ridotto l'unica alternativa fu di spulciare nell'underground italiano, alla ricerca di qualcosa di davvero speciale, qualcosa di "forte", nella speranza di svegliare un pubblico stonato dalle troppe canne, cercando d'incuriosire e di coinvolgere. Poveri illusi. Noi abbiamo smesso di orgnizzare concerti al CSOA, e il pubblico del posto è rimasto "stonato" come prima.
Ad ogni modo, quest'esperienza ci ha portato a conoscere delle persone veramente interessanti e stimolanti, degli artisti misconosciuti al gran pubblico ma che tanto hanno da dare. Con alcuni abbiamo un rapporto d'amicizia saldo e partecipe, in particolare con i ragazzi della Suite Inc., Marco Monfardini e Mirco Magnani.
La Suite Inc. è un'etichetta toscana, ed è attivissima in ambito sperimental-electro. E' una lunga storia, la loro, di Marco e Mirco: in sintesi, negli anni '80 conosciuti come i Minox, essi hanno gettato le basi per un sodalizio decennale cementato dalla sperimentazione e da un'eleganza congenita che si ritrova sempre nel loro suono e nelle loro proposte musicali, abbinate ad un gusto estetico visuale e grafico sopraffino.
La loro più recente produzione nasce sotto il moniker
Technophonic Chamber Orchestra, e segue "Beats and Movements" (Suite inc. 6/Audioglobe), un album che alla sua ucita sucitò un notevole interesse attorno a questo progetto rappresentativo della loro etichetta Suite Inc.. Oggi tornano, dunque, con il nuovo album "Nemoretum Sonata"(Suite Inc. 11) distribuito in Italia da Audioglobe e da Irma group all’estero. In questo lavoro sono contenuti 12 nuovi brani fra i quali una cover di "Radio 4" dei Public Image Ltd e due remixes, uno affidato al messicano Murcof, l’altro al californiano Daedelus. In "Nemoretum Sonata" si danno appuntamento le molte e diverse esperienze delle menti di Marco e Mirco quali Minox, Drama, Spin Boldak e 4DKillers. Un gran progetto, questo, dal respiro internazionale e che merita di essere ulteriormente conosciuto e promosso anche in patria. Le sue trame sonore sono tessute con classe e raffinatezza: melodie di clarinetto o piano e armonie di archi, si fondono con il digitale, con ritmiche techno minimali, con glitches discreti che suggeriscono lo scandire del momento.
Ma "Nemoretum Sonata è anche spettacolo. Il live set è legato ad un video - ideato e diretto da Marco e Mirco - che accompagna i musicisti sul palco, in una performance in cui le loro figure si miscelano e dissolvono tra immagini e iconografie strettamente connesse alle tematiche e alle atmosfere dell’album. Affascinante ed attraente, onorica e senza tempo, la musica della Technophonic Chamber Orchestra è un dono quasi soprannaturale. Fatela vostra.